Quando partorirai

Quando partorirai,
il dolore soffocherà
la tua vista,
e, nella nebbia dei
pensieri,
tra le carni lacerate
ed il pianto d’un piccino,
accecato da una luce,
a lui oscura.

Forse, ricorderai il mio viso,
o l’accenno di un mio
spento o festoso sorriso,
forse scorreranno,
come foglie secche
sull’acqua del fiume,
immagini di me,
del mio futile desiderio
di dividere con te,
un tale prodigioso momento,

Forse, una voce lontana,
o un azzurro bagliore
riflesso nelle lenti
di qualche uomo
di verde vestito
ti rammenteranno quanto,
nello sconsolato tentativo
ed inutile gioco della vita,
la mia, sia stata così poco
a te, assortita.

E se, si sciolsero i nodi,
e le catene cadendo
ruppero l’incantesimo,
non fu per colpa
di un amore mio perduto,
tanto vuota può sembrare,
adesso, l’esperienza
con te vissuta

ma per quel pianto,
ed il dolore che saranno
l’annuncio d’un sorriso
ed un morbido abbraccio.

Come se io non fossi
mai esistito.

Carri merci

Carri merci
lenti, sui binari
come sui mari,
mentre sibilano
lancinanti cantilene,
canti di metalliche
balene,
passano indolenti,
accanto a me,
panciuti e rigonfi
di grano e di spezie,
portano in sé,
il fuoco di letali
miscele,
il latte di mille
mammelle.
Dietro me,
s’allontanano stridendo.
Affondano nel buio,
così come m’apparvero,
svanendo.

Cristalline piogge acute

Cristalline piogge acute

 

Nella nebbia un indirizzo
virtuale; si perde tra parole curve
su strade lastricate di pietre dure,
del pensiero non conosce il prezzo
bruma nella mente sfuoca la verve
bruciano immagini sacre ed oscure

Scampanio e cristalline piogge acute,
libero percorrerò questo sentiero,
sciolti i lacci d’un contorto concetto,
le foto istantanee rimangono minute
un technicolor volto in bianco e nero.
Sorgi e ti dissolvi, limpido dispetto.

Avrei rinunciato al paradiso

Avrei rinunciato al paradiso

 

Avrei rinunciato al paradiso,
per ascoltare ancora il nome mio
dolcemente sussurrato dalla tua voce.
Un tuo, appena accennato sorriso,
per seguire con lo sguardo
la volatile traccia dei tuoi passi.
Dischiudere il fugace effluvio,
di creme, profumi ed argilla,
asciugamano a mo’ di corimbo,
mentre esci lieve dal bagno.
Le lunghe ore lontano da te,
vissute nella estenuante attesa,
che del giorno finisse quel limbo,
la porta che s’apre sul sogno
del viso tuo, di luce illuminato. 
Ma il vuoto dell’amore tuo
dell’inferno, mi fu più atroce.
Del paradiso non v’è traccia,
benché chiara sia la tua voce,
nei suoni della memoria,
l’impronta dei tuoi passi, svanita,
sul pavimento e la polvere
che brilla al sole, fuoco che dissolve
la sua purpurea luce, 
dietro la città, le colline ed il mare.
Sospesa evanescente nell’aria,
la bocca tua ed il tuo lucente sorriso,
mentre al buio cerco sonno, m’appare,
rischiarando le pareti scure, 
della casa ormai assopita.

Ecco quel che sono

Sono il tempo senza memoria
il fiume senza sete,
sono l’inquinatore senza scoria
il satellite senza mete.
Son colui che va, pur senza essere
nella tua casa mai venuto,
sono il bruco in moto senza tessere
il cuore che si ferma per uno starnuto.
Sono la montagna sotto il mare d’erba
il frutto il cui succo mai fu spremuto
sono storia vecchia, seppur acerba.
Il folto vuoto dell’universo,
sono quel che, benché ritrovato
in vero, non fu mai perso…

Lacrime

Lacrime

 

Le lacrime che non escono
cadono lente inesorabili sul cuore
e come stalattiti crescono
e silenti danno più dolore

Le lacrime scivolano sulle guance
cadono lente inesorabili sul pavimento
e come gocce di pioggia svaniscono,
dietro la finestra sorride il sole.